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I David 2026 e la nuova frontiera della conduzione: tutti al circo!!

perché la serata dei David non ha la stessa importanza di Sanremo?

I David di Donatello dovrebbero essere la notte in cui il cinema italiano si guarda allo specchio e prova a raccontarsi nel modo migliore possibile. Una celebrazione dell’arte, del lavoro collettivo, delle idee, delle immagini. E invece, anche quest’anno, la sensazione è stata quella di assistere più a un varietà confuso che alla serata più importante del nostro cinema. Un peccato, soprattutto perché in mezzo al caos qualcosa di importante è comunque riuscito ad emergere.

La prima grande ombra della serata è stata senza dubbio la conduzione di Flavio Insinna.

Più che guidare la cerimonia, sembrava stesse animando una sagra di paese alle undici di sera: urla continue, battute infilate ovunque, tempi completamente fuori controllo e una costante necessità di interrompere chiunque stesse parlando. Ospiti, premiati e colleghi: nessuno riusciva davvero a finire un discorso senza essere travolto da una gag fuori luogo o da un commento improvvisato.

Il problema non è nemmeno l’ironia in sé. Una cerimonia può essere leggera, popolare, persino caotica a tratti. Il problema è quando la leggerezza diventa mancanza di rispetto.

Perché interrompere continuamente i premiati durante i ringraziamenti, andando a rovinare il momento più umano e sincero della serata, significa svuotare completamente il senso dell’evento. E i David, nel bene o nel male, dovrebbero rappresentare qualcosa di più di una lunga diretta da intrattenimento generalista.

In questo clima confusionario è finita in difficoltà anche Bianca Balti, già visibilmente impacciata nella gestione dei tempi televisivi e spesso lasciata sola o addirittura sovrastata dalla conduzione invadente di Insinna.

E proprio la regia tecnica è stata un altro disastro evidente. Microfoni aperti nel momento sbagliato, stacchi anticipati, clip fatte partire sopra la voce della povera Bianca che cercava disperatamente di seguire alla lettera il gobbo. Per tutta la sera, l’unico vero obiettivo della produzione è stato quello di non finire tardi la trasmissione, anche a costo di tranciare qualsiasi momento emotivo o culturalmente interessante.

SPOILER: non ci sono riusciti consegnando l’ultima statuetta all’una e venti di notte.

La caduta di stile più dolorosa, però, è arrivata durante l’omaggio a Vittorio Storaro.

E sia chiaro: il problema non è stato Storaro. Stiamo parlando di una leggenda assoluta del cinema mondiale, vincitore di tre Oscar, un David e altri innumerevoli premi, insomma, uno dei più grandi autori della fotografia della storia. Il problema è stato l’imbarazzante modo in cui l’organizzazione ha gestito quel momento. Più che una celebrazione della sua carriera, è sembrato di assistere all’esposizione pubblica di una fragilità evidente. Un discorso faticoso, sconnesso, visibilmente difficile da sostenere, lasciato andare senza alcuna protezione o sensibilità da parte della produzione. Invece di valorizzare il peso artistico e umano di Storaro, la serata lo ha trasformato involontariamente in un momento di disagio collettivo. E questo, sinceramente, si poteva evitare.

Eppure, nel mezzo di questo circo televisivo, il cinema ogni tanto riusciva ancora a infilarsi tra le crepe.

I protagonisti del film Le città di pianura, vincitore di otto David di Donatello
I protagonisti del film Le città di pianura, vincitore di otto David di Donatello

La vittoria del film Le città di pianura con ben otto statuette è forse il segnale più incoraggiante della serata: un cinema autoriale che riesce ancora ad imporsi, a trovare spazio, a farsi riconoscere. Parallelamente, le tre vittorie del film di Gabriele Mainetti, La città proibita, dimostrano che anche il cinema di genere italiano può avere ambizione, identità e riconoscibilità. Due successi molto diversi ma che, insieme, raccontano un’industria che forse sta ancora cercando di sopravvivere senza appiattirsi completamente.

A bocca asciutta invece La Grazia di Paolo Sorrentino, scelta che farà discutere ma che almeno evita l’automatismo ormai rituale del “premiamo Sorrentino perché sì”.

Tra i momenti più forti ci sono stati i discorsi di Matilda De Angelis e Lino Musella.

Due interventi che hanno avuto il coraggio di spostare l’attenzione fuori dal red carpet e dentro la realtà. Matilda De Angelis ha sottolineato l’impoverimento culturale che sta attraversando l’Italia in questo periodo storico, soffermandosi poi sulla crisi del lavoro nel cinema e delle condizioni sempre più precarie delle maestranze italiane, tema enorme e spesso ignorato.

Lino Musella invece con grande serietà ha portato sul palco l’ennesima ma necessaria richiesta d’aiuto per la tragedia palestinese mostrando vicinanza anche alla Global Sumud Flotilla, rompendo ancora una volta quel muro di neutralità televisiva che spesso serve solo a mantenere un tempo di bonaccia.

Nella stessa direzione è andata la vittoria di Everyday in Gaza di Omar Rammal, che ha riportato ancora una volta l’attenzione sul genocidio palestinese attraverso un discorso semplice ma necessario.

Così come importante è stato l’intervento dei vincitori del documentario dedicato a Roberto Rossellini, con le parole di Ilaria de Laurentis che hanno denunciato apertamente il mancato sostegno economico del Ministero della Cultura e ammettendo con sincerità i debiti a cui sono andati incontro nonostante la vittoria della statuetta. Momenti veri, vivi, persino scomodi.

Una nota sorprendentemente bella è stata anche l’inclusione di Federico Frusciante nell’elenco delle persone venute a mancare. Un gesto piccolo ma significativo, soprattutto per chi vive il cinema anche fuori dai circuiti istituzionali, tra critica indipendente, internet e passione autentica.

Alla fine, la sensazione resta sempre la stessa: i David continuano a sottovalutare la loro stessa importanza.

E allora resta una domanda abbastanza semplice: se perfino nella serata dedicata al cinema italiano non si riesce a lasciar parlare il cinema, a cosa servono davvero i David di Donatello?

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Pubblicato da Filmaparte

Guardiamo film e scriviamo cose 🎞️🎥 "I film non si vedono, si guardano"

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